“Le parole da non scordare”: domenica al porto di Rimini, arte e musica per traghettare le nostre radici nel futuro
Pubblicato da redazione il 5 aprile 2008 | | Nessun Commento
”Al paroli da nu zcurdé”, le parole da non scordare, perché sono il nostro tessuto, il nostro vissuto, per dirla con lo scrittore Piero Meldini, “un legame”. Che quando si perdono, si modificano, diventano più che un vuoto, talvolta “un tradimento”. Ed ecco che la politica, che si occupa di tante cose, a Rimini, per un giorno, tornerà ad occuparsi di quelle parole che tengono insieme una comunità, con un evento, domenica 6 aprile, dalle 15,30 alle 18, tra le due sponde di Rimini, una quella di piazzale Boskovich, al Porto, l’altra alla Darsena. Un modo per conoscersi e riconoscersi attraverso quelle forme linguistiche vicine a quella comunità originaria che affonda le radici nella tradizione. Elisa Marchioni, che tante volte da giornalista ha raccontato questa Rimini, ha accolto con grande entusiasmo l’iniziativa garantendo la sua presenza.
Due sponde di Rimini saranno unite da un traghetto musicale – il “Gnint l’è pez”, a bordo una fisarmonica, una chitarra e un “bidon bass” – che porterà i viaggiatori ad esplorare la nostra lingua nei due eventi, ai quali partecipano diversi artisti, ciascuno con la loro originale ricerca, linguistica e artistica. Dallo scrittore Piero Meldini, scrittore e studioso delle nostre radici linguistiche e gastronomiche, al Word, musicista e rapper dialettofono, da Gianfranco Miro Gori, direttore della Cineteca riminese, allo scrittore e poeta dialettale Guido Lucchini, dalla cantante Liana Mussoni ai poeti Gianni Fucci e Francesco Gabellini, fino a Veronica Rua, protagonisti di incursioni artistiche, al quale collaborerà Eron
“E’ un modo di esplorare la nostra cultura, ma anche, per chiunque interverrà, per portare con se le parole e il loro significato con sé. Potrà farlo sui due muri che verranno allestiti, di cinque metri, dove segnare pensieri, parole, figure importanti del nostro tessuto”, spiega Andrea Gnassi, segretario provinciale del Partito Democratico, che ha presentato insieme allo scrittore Piero Meldini e al regista Gianluca Reggiani la manifestazione di domenica pomeriggio. Perché, come dice lo scrittore, “la perdita di una parola non è solo la perdita di una sfumatura. Per chi nasce da famiglia dialettofona è normale pensare in dialetto, e poi tradurre in italiano. Ma talvolta, le parole che affiorano dal dialetto, in italiano non ci sono”. E allora, perdere le parole, vuol dire perdere una storia, popolare, certo, ma dalle radici nobili o antiche. “Garagul, ad esempio, uno dei nostri cibi più popolari, che nasce dal latino carecolis, conchiglia. O le poveracce, che non si chiamano così perché il cibo dei poveretti, ma dal latino pevere, pepe, perché il colore assomiglia a un mucchietto di pepe tritato. O le portugale, le arance, che crediamo si chiamino così dal Portogallo, ma dal greco bizantino, Partocallas (bel frutto). O il nostri cascioni, che nascono da calicioni, dolci medievali e rinascimentali a forma id mezzaluna e che troviamo anche in Provenza, i “Calicon”. E chi li ha tradotti in crescioni non dovrebbe esistere, perché diventa una perdita, un tradimento”.
“Oggi c’è un grandissimo interesse nel teatro contemporaneo per il dialetto. Gettiamo un ecoscandaglio che può far emergere chi siamo, dove andiamo, un ecoscandaglio che riemergendo può trovare qualcosa di più. Quando Camilleri presentò i primi Montalbano a Sciascia, il grande scrittore siciliano si chiese come avrebbe fatto il pubblico a capire il dialetto. eppure, Camilleri, ha avuto ragione: quando il dialetto funziona a questi livelli, vuol dire che è meglio non buttarlo a mare, ma traghettarlo da una parte all’altra”.
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