Classi differenziali per gli immigrati. Pessima risposta ad esigenza vera.
Pubblicato da Elisa Marchioni il | 15 Ottobre 2008 |
E’ una pessima risposta a una esigenza vera. Dopo una dura battaglia parlamentare, è stata approvata in aula la mozione proposta dalla Lega, e appoggiata dalla maggioranza -non senza disagio di una parte di essa-, che impegna il Governo ad istituire classi differenziali per gli studenti immigrati.
Ci saranno classi per gli stranieri, classi in cui imparare la lingua e le tradizioni italiane. Nessun contatto con i bambini italiani, che così sarebbero protetti da eventuali ‘ritardi’ di preparazione dovuti al tempo perso dal docente che si potrebbe ostinare a voler insegnare a tutti i bambini.
Il problema esiste: hanno pari opportunità i bambini stranieri, inseriti nelle classi senza conoscere la lingua italiana? Ne hanno gli italiani che si ritrovano in classe con metà compagni che non conoscono la lingua? Quello all’istruzione è un diritto costituzionale, sancito in tutti i Paesi del mondo. Io sono convinta però che istituire classi differenziali sia la soluzione sbagliata.
Per non fare solo della teoria, parto dalla mia esperienza. Ho insegnato italiano in una classe di prima media, lo scorso anno. Venticinque studenti, sette stranieri, a diversi livelli di conoscenza della lingua. Alcuni genitori avevano espresso, all’inizio dell’anno scolastico, il timore che la loro presenza impedisse di svolgere il programma più completo e ricco possibile. E ammetto che è un timore comprensibile, in partenza, umano e lecito, e che è stato però fugato dai fatti. Gli stranieri hanno frequentato corsi di lingua nel pomeriggio e in alcune ore del mattino, migliorando le loro competenze.
Qui c’è il tema centrale: la scuola necessita di risorse per proporli senza che siano alternativi ad altre attività destinato a tutti gli studenti. Invece, il taglio continuo ai fondi mette la scuola in difficoltà. La risposta vera è destinare più risorse alla scuola e al futuro della nostra società. Insegnare a ciascuno secondo le esigenze. Saper cogliere e far crescere in ogni singolo alunno potenzialità e talenti. Questo è sempre stato il compito degli insegnanti. Cinquant’anni fa c’erano delle difficoltà di altra natura: da chi si esprimeva solo in dialetto, a chi riusciva a frequentare al massimo per qualche anno; nelle classi differenziali si raccoglievano i portatori di disabilità, i ‘ritardati’.
Oggi è cambiato il contesto sociale e culturale, e anche compito della scuola, che è lo stesso, va affrontato con strumenti nuovi. Se la scuola non ha gli strumenti adeguati e le risorse sufficienti, la responsabilità non è degli stranieri. Saranno anche loro parte della nostra classe dirigente di domani: o li destiniamo a essere ‘vite di scarto’?
Torniamo nella ‘mia’ classe: gli studenti sono cresciuti e diventati bravissimi, i bravi hanno stimolato anche gli altri in una competizione positiva (con risultati eccellenti, sia per gli italiani, che per gli italiani nati da immigrati, che per gli stranieri che diventeranno italiani, e che sono appena arrivati), davvero una classe speciale. Intanto, sono nate anche tante amicizie: condividendo partite di pallone, feste di compleanno, compiti di matematica e inglese. Non sono riuscita ad incontrare, per tutto l’anno, i genitori di tre degli studenti stranieri. Ma la loro integrazione in classe, l’amicizia spontanea, è stata un antidoto naturale all’emarginazione cui potrebbero essere condannati se abbandonati a se stessi.
Un’esperienza positiva, singolarmente, non costituisce di per sé una regola. E’ vero. Ma considerare i bambini stranieri sin dal loro ingresso a scuola un problema, un ostacolo per gli altri, un peso per l’insegnamento ‘come dovrebbe essere’, non è la soluzione. Come dovrebbe essere, l’insegnamento, e la scuola appunto? Insegnare non è solo trasmettere nozioni. Ma fornire strumenti, capacità critica, di analisi, di confronto. Capacità di relazionarsi e affrontare la realtà e la vita. Capacità che crescono nei ragazzi, partecipando e riflettendo non solo su testi antichi, ma anche sulla realtà che li circonda. E’ utile relegare questi studenti in uno spazio residuale, senza ammettere che li si vorrebbe proprio confinare per arrestare un processo storico che temiamo di non poter governare?
Non tutti gli immigrati che entrano in Italia sono onesti, corretti, regolari. Ma serve davvero isolare i bambini che vanno a scuola? Farli sentire da subito qualcosa che va messo a parte, che è un potenziale problema, che non porta contributi utili? Io credo di no. Credo che ne nasceranno tensioni, ghetti, e la competizione ‘muscolare’ di chi non ha molto da perdere. Si giocherà classe contro classe, ‘italiani’ contro il resto del mondo. E siamo sicuri su chi vincerà?
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