Elisa Marchioni alla Camera dei Deputati

Il sito della parlamentare del Partito Democratico di Rimini

Più risorse per chi produce vini e olio di qualità: l’intervento sul Dl 171

Pubblicato da redazione il | 22 Dicembre 2008 |

Intervento in aula di Elisa Marchioni, giovedì, nel corso del dibattito in aula sulla conversione del Decreto 171, ‘Misure urgenti per il rilancio competitivo del settore agroalimentare’. La parlamentare riminese non ha mancato di sottolineare con forza la necessità di un sostegno maggiore di quanto il decreto preveda per le aziende piccole e piccolissime, molto presenti anche sul territorio riminese, che operano con qualità altissima e riconoscibile, che hanno saputo rinnovarsi ed innovare, che si posizionano sul mercato locale e sullo scenario internazionale, ad esempio, nei settori della produzione di vino ed olio.

Di seguito, l’intervento integrale pronunciato in aula.

Grazie, Signor Presidente.
Oggi è all’esame dell’aula della Camera il provvedimento che reca il titolo ‘Misure urgenti per il rilancio competitivo del settore agroalimentare’. Viene da pensare a quanta aspettativa abbia potuto suscitare un simile titolo negli operatori di un settore che merita attenzione e che vive una crisi che le cifre raccontano chiaramente: a fronte di una crescita di redditività del settore fino al 15% in Europa, in Italia il comparto agroalimentare ha perso invece redditività intorno al 3%. Un calo più evidente in alcune zone d’Italia, meno in altre: un calo che però chiede di guardare a questo settore come ad un comparto che produce molte eccellenze del nostro Made in Italy ma che risente della crisi, che va sostenuto, incoraggiato e aiutato a superare questo momento di difficoltà.

Anche gli acquisti di generi alimentari da parte della famiglie italiane sono in calo: è il segnale che la crisi ha toccato profondamente il tessuto economico del nostro Paese.  La politica, noi tutti insieme, maggioranza e opposizione, non possiamo fare come se così non fosse: non possiamo ignorare questi segnali. La crisi tocca le famiglie, e tocca tutti i settori produttivi, nessuno escluso.

Il decreto che stiamo esaminando non risponde però all’esigenza di tutela e sostegno che l’economia chiede e si rende indispensabile per i settori di cui oggi ci occupiamo. Manca infatti di una strategia complessiva, strutturale; e se alcuni provvedimenti sono condivisibili -alcuni addirittura necessari per le sollecitazioni che ci vengono dall’Ue-, presenta l’evidente limite di un inadeguato approccio complessivo a problemi e difficoltà dei settori che esamina.

Le misure contenute sono disorganiche, mancano di un quadro complessivo della situazione, e affrontano singole e specifiche situazioni ignorandone completamente altre. Si parla di vino, si provvede alla produzione di vino in Sicilia, mai di  produzione di olio.

Manca delle risorse indispensabili per dare slancio a questi comparti; già impoveriti dopo i tagli del DDL 112, e dalla Finanziaria 2009, che riduce di 459 milioni di euro su un miliardo e 200mila milioni la dotazione per il Ministero dell’Agricoltura. Un taglio del 25% delle risorse destinate a questi settori che chiedono ali per volare più alto. E’ di corto respiro una progettualità che si ferma ad un solo anno (o anche meno) ad esempio, per gli sgravi fiscali, quando sappiamo che ogni azienda, per programmare la crescita, l’innovazione, la ricollocazione dei propri prodotti, necessita di una piano di investimenti per più anni. Chi lo farà, che deciderà di crescere e di proporsi sui mercati interni ed esteri con più strumenti, investendo in innovazione, sarà nell’incertezza di non sapere che tipo di supporto potrà avere dallo Stato.

Questo progettazione così ‘corta’ lascia molto soli i nostri imprenditori, tante volte capaci di realizzare prodotti di altissima qualità con aziende piccole e piccolissime. Li lascia soli a rischiare e mettersi in gioco.

E proprio chi investe sulla qualità è il primo a non trovare le risposte attese nel decreto: io vengo dall’Emilia-Romagna, riconosciuta fra le prime quaranta regioni più avanzate in Europa. E’ la regione che vanta più marchi di qualità ‘doc’ e ‘dop’ in Italia. I marchi tutelano la garanzia di un’alta qualità del lavoro, tutelano chi li produce e i consumatori, garantiscono la filiera mantenendo la produzione al livello migliore. Quindi, che ci siano più certificazioni e più qualità complessiva credo sia un obiettivo auspicabile per tutto il comparto agroalimentare. Ma mancano nel decreto risorse e incentivi, considerazione ancora più accorata davanti alle notizie di questi giorni, che prospettano la chiusura di 120 piccole aziende impegnate nella produzione casearia nella sola provincia di Reggio Emilia. Ottenere i marchi certificati costa: costa lavorare con qualità, e costa ottenerli, per l’impegno burocratico che richiedono, e per il costo di mantenimento. Anche le poche migliaia di euro che costa il mantenimento annuo delle certificazioni, per le aziende piccole e piccolissime di altissimo livello ma con quantità di produzione limitata, che ad esempio sono presenti sul territorio da cui provengo, la Provincia di Rimini, possono rappresentare un problema. Sono molte, inoltre, le aziende nuove gestite da imprenditori giovani che puntano su produzioni innovative e qualificate. Sono cresciuti i riconoscimenti per le produzioni riminesi, la qualità dei vini e dell’olio (la provincia di Rimini produce gran parte dell’olio della regione Emilia Romagna, con una qualità, riconosciuta, molto alta): sono risorse per il territorio che vanno valorizzate e incoraggiate.

Quindi, auspichiamo con forza che siano reperite più risorse per consorzi e aziende per certificarsi, più sostegno per ottenere e mantenere i marchi che qualifichino in modo certo il lavoro di alto livello.

Inoltre, è necessaria una tutela delle caratteristiche e delle peculiarità della produzione italiana anche in sede europea. Il rischio infatti è che venga penalizzata proprio la produzione di qualità. Mi riferisco, ad esempio, al dibattito che è in corso in questo periodo a proposito dell’etichettatura dell’olio. La direttiva europea (1019/2002), che dà facoltà al produttore di indicare la provenienza delle olive da cui è spremuto l’olio, è integrata da quella italiana che obbliga ad indicare la provenienza delle olive e del luogo ove vengono spremute. Per garantire il Made in Italy di qualità, occorre chiarezza delle regole, perché non accada che si acquisti un olio extravergine credendolo italiano ed è invece solo spremuto in  Italia da olive di provenienza europea. La tracciabilità del prodotto ben evidenziato in etichetta garantisce consumatori e produttori, anche davanti ad allarmi come quelli cui abbiamo assistito in passato, e cui assistiamo in questi giorni, in merito alla pericolosità di carni e prodotti provenienti dall’estero.

A tutela dei consumatori e di una consapevolezza di consumo intelligente che è sempre più diffusa nella società, auspichiamo più sostegno per la valorizzazione dei progetti di consumo a ‘filiera corta’, come i progetti del consumo a chilometri zero, la valorizzazione delle attività dei gruppi di acquisto solidale che acquistano direttamente da aziende del territorio, con un risparmio immediato sui prezzi a fronte di una qualità garantita dalla conoscenza diretta, con una tutela dell’ambiente e una minore spesa in trasporti, con conseguente minore inquinamento. In epoca di allarmi legati alla dubbia provenienza di carni alla diossina, valorizzare queste modalità di acquisto e consumo è

Collegato a questo aspetto, all’appetibilità dei territorio rurali per gli aspetti di ospitalità turistica e agrituristica, non va sottovalutato l’impatto che potrebbe avere la possibilità di eradicare le vigne in cambio di incentivi. Come per quote latte, anche la produzione di vino è soggetta ad una limitazione comunitaria dopo l’allargamento dell’Ue ai nuovi Paesi membri; per diminuire la produzione di vino e non rischiare ‘sforamenti’, a chi dismette le viti sono offerti incentivi di 15/20mila euro per ettaro. Può essere un’offerta appetibile per chi si trovi di fronte alla crisi e non veda aiuti alternativi, da parte dello Stato. Può essere un guadagno visto come certo e immediato. Ma oltre al mancato guadagno futuro, pensiamo a che impatto può avere una scelta come questa, qualora divenisse diffusa, sul nostro paesaggio: se il nostro Paese, l’antica ‘Enotria’, la terra del vino, per i Greci, perdesse le colline pettinate dai filari di viti. Pensiamo a che danno per l’ambiente e il paesaggio.

Il settore agroalimentare necessita di strategie di sgravi contributivi; di prorogare il differimento dei termini per i pagamenti come già accade per altri settori. Necessita di maggiore controllo perché non si verifichi un ulteriore allargamento della forbice fra prezzi al consumo e alla produzione.

C’è anche un articolo che nel decreto di occupa del settore della pesca. Siamo favorevoli all’alleggerimento delle procedure burocratiche; con la garanzia che questo non comporti un abbassamento della qualità del lavoro. Bene quindi che non vi sia necessità del certificato che attesta la derattizzazione a patto che questo non si traduca in situazioni in cui non si controlla più la condizione igienica in cui viene conservato il pescato.

Ricordiamo inoltre che le difficoltà del comparto della pesca nascono dai costi elevatissimi del gasolio: a volte si risparmia a non uscire in mare; sarebbe utile provvedere ad incentivi che supportino le barche.

Cito solo per non allungarmi troppo, la crisi del settore suinicolo. Alcune produzioni pregiate della mia regione sono a rischio, e aziende finora prospere e all’avanguardia prospettano licenziamenti e contrazioni dell’attività.

Anche questo settore merita attenzione e specifica copertura.

In conclusione, Signor Presidente, sottolineiamo i limiti, le assenze e le omissioni su tante emergenze del settore produttivo primario. Sottolineiamo anche di non condividere il gioco al ribasso, rappresentato dalla depenalizzazione dei reati di frode.

Questi comparti meritano misure complessive di ampio respiro per il credito agrario, la formazione,  l’innovazione, le strategie strutturali per consolidare e far crescere questo settore che  continuiamo a ritenere strategico per l’apporto che dà alla nostra economia, e  per ruolo che può rivestire nel superamento della crisi economica e sociale del Paese.

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