La politica non autoreferenziale: dibattito a Macerata con l’intergruppo per la sussidiarietà
Pubblicato da redazione il | 29 Aprile 2009 |
Un nuovo patto fra società civile e politici che la rappresentano, un nuovo rapporto di collaborazione, con nuove regole, tra mercato e Stato, e un equilibrio più giusto, che dalla crisi può nascere fra società e Stato, che sappia ricucire la fiducia reciproca tra i cittadini e chi li rappresenta in politica.
L’On. Marchioni è intervenuta giovedì al dibattito che si è tenuto a Macerata sulla politica capace di lavorare nel merito, di non essere autoreferenziale, di superare il ping pong dei sì e dei no, sapendo sempre porsi nella logica del bene comune, del bene per tutti. Il convegno era promosso da alcune associazioni culturali di Macerata insieme all’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà al quale fanno riferimento oltre trecento parlamentari di tutti gli schieramenti; al dibattito hanno preso parte Emanuele Forlani, segretario dell’integruppo e l’On. Barbara Saltamartini, del Pdl.
Come riflessione su questi temi, questo è l’intervento dell’On.Marchioni inviato e pubblicato su Ariminol, rivista on-line, a seguito dell’ intervento ‘a difesa della politica’ di Fabrizio Miserocchi.
De Gasperi lampadato. Moro alle prese con l’alchimia per la tintura perfetta dei capelli. Berlinguer in beauty farm per la pancetta. Irriverente solo immaginarlo; ininfluente anche se fosse stato. Sono
stati esseri umani, certo; ma così ‘altri’, così autorevoli da essere percepiti quasi esenti dal limite della forma. Poi, c’è un momento, una soglia sottile, varcata la quale è tutto diverso. E’ accaduto
anche in politica: da un certo punto in poi, pare che la sostanza non sia andata più di moda sfusa, ma solo accompagnata da adeguata confezione. Fino a invertire l’ordine di priorità. E qui, diversamente
dalla matematica, il risultato cambia. Eccome. Anche se non è l’unico sintomo di un far politica che presenta qualche acciacco.
Provo a misurare il cambiamento anche tramite le strisce. Avete provato ad attraversare? Da brivido. Nessuno si ferma alle strisce pedonali. Lo sguardo minaccioso dell’automobilista ti trafigge da lontano: non farlo, ho fretta. Io ho degli obiettivi. E’ un segnale. Un piccolo termometro. Ognuno fa parte della comunità fino a che gli fa comodo, fino a che non gli sta stretto. E solo se non interferisce con i propri obiettivi. Ma poi, anche al nostro guidatore capita di trovarsi pedone…. Sappiamo tutti bene che cartelli e segnali stradali servono a regolare il traffico: sono limiti e opportunità. Non si potrebbe far senza. Il problema è che via via si sta perdendo, tutti stiamo perdendo, la corresponsabilità, la complicità, mi verrebbe da dire, fra chi fa le regole e chi le vive.
La si chiama ‘antipolitica’. Stiamo perdendo la percezione che queste siano indispensabili alla comunità, di cui le regole costituiscono la
cornice della convivenza civile: le strisce sono la Costituzione. La comunità esiste solo se ciascuno si fa carico della sua parte. E non solo sulla strada. Nel rapporto tra politica e società, tra chi si impegna in politica e le persone che lo delegano, tra chi fa e chi chiede le regole, il meccanismo pare inceppato. Ci vorrebbe un trattato per capire perché. Perché la politica è un’arte nobile, ma i politici non sempre lo sono o lo sono stati. Perché le ‘regole del gioco’ venute a galla con Mani pulite, perché manca la scuola che fa crescere la classe dirigente, ma anche perché l’individualismo, perché la realtà di oggi è complessa, perché è cambiata profondamente nel giro di pochi anni e chiede di essere compresa con categorie nuove… Almeno nel luogo comune dell’immaginario, pur provenendo per forza dalla società civile, almeno all’inizio, il politico conclamato tale, diviene preda di una qualche subitanea mutazione genetica. Da lui, prima, si spera che agisca per il bene; ci si attende poi che non accada; ci si rassegna infine al minimo sindacale di buone parole, ed esempio non conseguente. E chi lo elegge? Si sente autorizzato a fare lo stesso. O viceversa, vuole poterlo fare, e si garantisce con un politico che glielo conceda?
La politica serve. E’ l’arte nobile che costruisce la città degli uomini per il bene di tutti e di ciascuno. Con regole che però ora, con questa frattura, la società chiede, ma che poi non riconosce
proprie. Una volta rotta la fiducia, dato per scontato che la classe dirigente non sia in grado di operare a vantaggio di tutti, si cerca di entrare nel ristretto cerchio di privilegiati… “Speriamo che
almeno io me la cavo”. Invece di pretendere di puntare in alto, invece di regolamentare il caos, valori alla mano, va in onda la politica ‘à la carte’, alla ‘si salvi chi può’. Allora, vanno bene le regole, ma con l’eccezione. La mia. Potendo, per mettere una parola buona e un aiutino… Che lasci le mani pulite a chi chiede. Non a chi fa, tanto che fare il politico iscrive in categoria di cui scusarsi con la famiglia. Che espone costantemente alla ricerca di un consenso sempre più fragile e ondivago, legato al carisma personale se non alle idee, tanto da espellere in anticipo provvedimenti impopolari o che non si spiegano nello spazio di uno slogan o traguardati un po’ oltre il proprio naso. E chi dalla politica esce, si affretta a segnalarlo emendandosi a tempo record: mi viene in mente Bordon, una decina di partiti d’appartenenza, deputato e senatore, Sottosegretario e
Ministro, che annuncia ‘Perché sono uscito dalla casta’. Non è riuscito a cambiare le regole, segue la corrente dell’autodenuncia a buon mercato: mi va bene se restituisce la pensione. Che critichi almeno anche se stesso, mentre paga bollette e vacanze a spese del suo nuovo mestiere di
autore di bestsellers.
In questo anno, ormai, vissuto in Parlamento, e nella mia precedente esperienza di amministratore, ho visto quanto di alto e prezioso la politica merita: ideali, valori, rispetto delle Istituzioni, persone preparate, dedite a costruire proposte, ad elaborare idee, a servizio del Paese. E anche il peggio: la politica usata come riflettore alla propria vanità, per chi teme soprattutto che la politica possa fare a meno di lui…
Eppure, noi di politica, e di una buona politica, abbiamo assoluta necessità. Non possiamo accontentarci di nulla di meno: io mi sento di doverlo alle persone. Fare politica è mettere la propria vita insieme agli altri. Spendere ideali e cercare soluzioni, è passione e condivisione profonda dell’umano. Merita politici all’altezza della sfida; e merita che ciascuno di noi pretenda che la si onori in modo adeguato. E’ un compito che la generazione ora in politica, la nostra generazione, Fabrizio, si deve dare. Ricominciando da dove? Ad esempio, dal rimettere al centro i bisogni e le domande della persone, saper scegliere alcune priorità per convergere su mediazioni ‘alte’ grazie all’apporto di tutti. Il confronto dei punti di vista diversi –che restano, alternativi e profondi- invece che presentarsi come una contrapposizione a volte stucchevole, spesso sterile, per cui rimbalzano alti e forti pubblici ‘sì’ e ‘no’ alle proposte a seconda di chi governa, con magari meno pubbliche concordanze lontano dai riflettori, diventa su alcuni nodi cruciali individuati insieme, concreta e serrata costruzione di soluzioni condivise il cui percorso sia tutto alla luce del sole. Senza compromessi, senza favori, senza rendere tutto uguale: resta l’opposizione vera e intera alle linee non condivisibili. Un esempio vissuto (pur in piccolo, sul piano amministrativo): la convenzione con i gestori di nidi privati a cui ho lavorato da assessore, è entrata in vigore approvata all’unanimità in Consiglio. Su un bisogno riconosciuto da tutti –la necessità di far crescere le disponibilità di posti-nido-, abbiamo impostato un progetto che era ed è rimasto dell’amministrazione comunale, in base al programma del Sindaco e al mandato ricevuto dai cittadini. Ma invece che arroccato in difesa, è stato impostato come un progetto capace di accogliere suggerimenti, e che così si è arricchito per i contributi di tutte le forze politiche. Io credo sia una soluzione più forte che non approvata dalla sola maggioranza, che pur aveva i numeri per farla passare. Non abbiamo ‘ceduto’ nulla in cambio, e nessuno sconto ci è stato concesso: essere capace di ascolto e confronto non rende più debole chi governa; lavorare insieme sui temi fondamentali, costringe tutti a essere stringenti e propositivi e a non limitarsi al sostegno di parte o al contrasto per definizione. Non impedisce di costruire un progetto alternativo di governo per le elezioni successive, ma spinge ad andare oltre all’identità del puro e semplice essere contro. E risponde anche alla protesta che sento spesso elevare da chi ha l’impressione che alla fine, la gran parte delle energie dei politici siano indirizzate a polemizzare ad uso interno, per dimostrare di esistere. Fatte le debite proporzioni, i partiti che hanno contribuito alla Costituzione, hanno saputo dare, accogliere, mediare, al di là delle lontananze ideologiche per donare all’Italia la Carta più alta in cui tutti potessero riconoscersi. E non sono certo usciti da quel percorso più incerti su chi fossero e che Paese avessero in mente. Erano altri tempi, è vero. Ma la costruzione della sintesi migliore in cui tutti si possano ritrovare resta il compito vero della politica, al di là degli steccati: la migliore legge elettorale, la migliore scuola, la migliore sanità, il migliore federalismo… dobbiamo ricominciare da essere capaci di batterci lealmente sui contenuti, dai punti di vista diversi che ciascuno interpreta, senza confondere i percorsi, confrontandoci e lavorando apertamente, non sottobanco, mettendo sempre al centro il bene delle persone e del Paese.
E’ una strada che passa dentro i partiti di oggi, che recuperano la dimensione popolare: pur perfettibili, i partiti sono argine utile anche all’eccesso di leaderismo. Ripartendo dal costruire una società in cui ciascuno si senta protagonista e responsabilizzato, perché ne costituisce elemento fondamentale; abbandonando al loro destino i “sempre verdi” maestri che tanto buoni, poi, non sono stati se questa è l’eredità che ci hanno lasciato. Così seppero fare Dc e PCI dopo la guerra, per ricostruire l’Italia. Se ci riusciamo, torneremo ad essere e percepirci come una comunità. Non è un percorso breve. Passa anche da tornare a fermarci alle strisce. Si potrebbe provare a cominciare.
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