“Happy days” finiti, Berlusconi, a fatica, pronuncia finalmente le parole “sacrifici” e “crisi”: una manovra che non sa proporre correttivi strutturali che aiutino l’economia a ripartire
Pubblicato da Elisa Marchioni il 28 maggio 2010 | | Nessun Commento
Chi ha la mia età, forse ricorda una puntata di ‘Happy days’ in cui il bulletto Fonzie non riusciva in alcun modo a pronunciare ‘scusa’. Impossibile per lui, in contrasto con tutto ciò che il suo personaggio lo portava ad essere, o fingere di essere. Il Presidente del Consiglio, con la stessa fatica, ha pronunciato ‘sacrifici’ e ‘crisi’. Da sopportare, ovviamente, a causa delle colpe della sinistra. Finora, tutto lo sforzo del Governo e del capo del Governo era stato teso a spiegare agli italiani che noi, grazie all’oculata gestione del ministro dell’economia, non eravamo come gli ‘altri’, i Paesi-cicala della Ue, alle prese con una crisi senza precedenti.
Da noi, la crisi c’era, sì, ma prevista, contenuta e poi aggirata da argute tremontiane manovre grazie all’ottimismo profuso a piene mani dal premier; nonostante l’opposizione a gufare, a millantare preoccupazioni tali da convincerne sé e i cassaintegrati. Due anni di bugie e/o di incapacità di leggere l’economia del Paese; ed è finita che siamo andati a letto la sera convinti che il Capo del Governo vegliasse su di noi, e al risveglio, solo ora, l’ammissione che il baratro è dietro l’angolo. E bisogna obbedire e mandare giù ogni pillola, perché abbiamo oramai un piede dentro.
E’ utile ripartire da qui, visto che il nostro Paese soffre di perdita acuta di memoria a breve termine. La crisi c’era, e il Governo in un anno e mezzo non ha attuato alcuna manovra di rilancio dell’economia, trincerandosi solo dietro a -presunti- tagli alla spesa pubblica. Il risultato è che le manovre del Governo hanno ulteriormente ingessato investimenti e possibilità di uscire dallo stallo dell’economia.
L’unica via d’uscita dalla crisi, da sempre sostenuta dal Pd, è quella di rilanciare la crescita. Rilanciare l’economia con un investimento forte per liberare il lavoro, con il rilancio di settori che possono trainare fuori dalla stagnazione. Con la possibilità per comuni virtuosi di investire in opere pubbliche e pagare i debiti che affossano le piccole imprese. Affrontando con serietà le riforme che il Paese attende. E non solo quella della giustizia, ma anche il federalismo fiscale funzionante, le pensioni perché non basta congelare quelle dei dipendenti pubblici, il fisco nel complesso, la burocrazia da snellire.
La manovra: dopo avere ignorato per due anni che la crisi stava continuando a montare come un’onda all’orizzonte, è ovvio che una manovre serva. E noi del Pd, siamo anche disposti a una partecipazione responsabile, e tutti i cittadini sono chiamati a fare la propria parte. Ma non possiamo condividere ‘questa’ manovra, che segna il fallimento della strategia del Governo e di Tremonti. E’ una manovra che non risolve la crisi perché ancora una volta non sa proporre correttivi strutturali che aiutino l’economia a fare un salto oltre la crisi, che aiutino a ripartire. La manovra serve se taglia spese improduttive per creare un fondo da investire per dare la carica. Questa manovra, invece, mette le mani in tasca ai soliti noti, non affronta i nodi importanti e scarica su regioni ed enti locali l’impopolare valutazione di cosa si sia costretti tagliare, ma non crea alcuna occasione di rilancio per l’economia del Paese. Non aiuta giovani e famiglie. Infine, torna il cavallo di battaglia di Tremonti: il condono. Addirittura per gli abusi commessi entro il 2010. Beh, che dire: all’opera. Ancora un’occasione per i furbi e uno schiaffo agli onesti. E affonda il federalismo fiscale sul nascere: oggi lo grida anche Formigoni, se vi fossero mai stati dubbi; dimentichiamolo. Con buona pace degli annunci della Lega.
E invece: la manovra si poteva fare con maggiore efficacia, impostandola diversamente. Se fossero state mantenute le misure varate dal Governo Prodi per contenere l’evasione fiscale, la metà della manovra non sarebbe servita, perché sarebbero già stati recuperati tanti fondi da utilizzare. Altri capitoli possibili. Le spese di Palazzo Chigi sono ora coperte da segreto di Stato, e sono quadruplicate (secondo le previsioni più moderate), mentre qualcuno sostiene siano aumentate di venti volte. In Germania, le frequenze dei canali in digitale sono state messe all’asta con circa 7 miliardi di incasso per lo Stato; da noi, nessun ingresso per lo Stato. La Difesa prevede investimenti tali da far tremare i polsi: che guerre programmiamo per aver assunto l’impegno di acquistare cacciabombardieri per i prossimi dodici anni?
Credo si possa partire da qui per scegliere quali siano le spese da tagliare e dove sia possibile trovare i fondi per rilanciare il Paese.
I costi della politica: il Paese ha bisogno di buona politica, non di propaganda. Razionalizzare è una scelta condivisibile, la sobrietà una parola d’ordine, i sacrifici è giusto ricadano su tutti. Ma non è questo che la manovra prevede. Il richiamo ai sacrifici viene anche usato in modo strumentale (basta leggere i titoli di alcuni quotidiani) per dare un contributo alla delegittimazione generica e qualunquista del pensiero coltivato con interesse da alcuni opinionisti che conduce alla tentazione di una deriva autoritaria. Ricordate l’idea del premier di far votare solo il capogruppo? Che risparmio, di tempi, stipendi e mediazioni: dovendo scegliere tra molti e corrotti, meglio uno solo anche se corrotto uguale. Come cittadini, dobbiamo chiedere di più alla politica e ai politici. Gli stipendi dei parlamentari incidono sul costo del funzionamento della macchina del Parlamento per meno del 16%: non basta fingere che tagliando qualche spiccio si raggiunge l’equità, è ora di una riforma strutturale che non prenda in giro gli italiani. Il Pd c’è per farla, riducendo il numero dei parlamentari, modificando il ruolo delle Camere, ma la maggioranza a che gioco gioca? L’Italia ha bisogno di un Parlamento in grado di lavorare, di regioni, sindaci e amministratori che svolgano bene il proprio incarico. La democrazia ha un valore inestimabile e un costo stimabile, ma va difesa, con la contemporanea richiesta che venga onorata da chi ci rappresenta.
La favola e’ finita. Questo Governo non è più intoccabile, il Paese se ne rende conto. Per due anni, è andato avanti ad annunci e promesse caduti nel vuoto. Niente riforme, niente federalismo, niente crescita del Paese. Proponendo rinvii al posto di decisioni: mi viene in mente che è così anche per le concessioni demaniali, ci si accontenta del rinvio al 2015 dopo la incapacità di fare scelte, e la bocciatura da parte della maggioranza in Commissione Bilancio alla Camera del protocollo predisposto dall’allora Sottosegretario Brambilla. La manovra se insufficiente, mette a repentaglio il futuro: ma anche questo non basta. Da lunedì, i telefoni di tutti i ‘big’ dell’opposizione sono rimasti ostinatamente muti. Nessuna chiamata, nessun contatto, nessuna richiesta di condivisione da parte del Governo. Essere all’opposizione non ci solleva dalla responsabilità di rispondere agli italiani, ma l’appello ad una condivisione non può prescindere da un rispetto e un riconoscimento che il Governo rifiuta di fare nei confronti di chi rappresenta il 33% dei cittadini, una parte importante del Paese. L’esame della manovra comincia come ormai è consueto, dal Senato, dove la maggioranza si sente più forte; l’ipotesi di far passare la manovra ponendo la questione di fiducia, sottraendolo quindi al dibattito del Parlamento, già dà l’idea del clima in cui il dibattito si aprirà.
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